Nel nostro corso ci sono alcune regole e alcune tradizioni che, anno dopo anno, continuo a portare avanti perché credo profondamente nel loro valore.
Anche quest’anno, ai 6 iscritti che avranno totalizzato il maggior numero di presenze, verrà consegnato un piccolo premio. Non è il valore del premio a fare la differenza, naturalmente, ma il significato che c’è dietro: è un modo semplice ma sincero per dire bravo a chi, durante tutta la stagione, ha dimostrato costanza, impegno, serietà e voglia di esserci. Perché nel karate i risultati non arrivano per caso: arrivano lezione dopo lezione, presenza dopo presenza.
Da diversi anni ho anche scelto di fissare una regola molto chiara per poter sostenere l’esame di cintura di fine stagione: serve almeno l’80% delle presenze annuali. L’esame, come è giusto che sia, è annuale e rappresenta un momento importante del percorso di ogni praticante. Per questo ritengo che non possa essere semplicemente “prenotato”, ma debba essere meritato con il lavoro costante durante tutto l’anno.
Chi, per qualsiasi motivo, non dovesse raggiungere quella percentuale, non verrà lasciato indietro: potrà comunque sostenere un esame intermedio, continuando così il proprio percorso con serenità, ma senza snaturare il valore dell’esame annuale.
La nostra è una realtà piccola: generalmente oscilliamo tra i 25 e i 30 iscritti. Non inseguo i grandi numeri e non ho mai avuto interesse a riempire la palestra a tutti i costi. Preferisco conoscere ogni allievo, seguirlo davvero, correggerlo, accompagnarlo nel suo percorso.
Per la stessa ragione non accettiamo bambini sotto i 7-8 anni. È una scelta precisa. Io insegno karate, non faccio attività ludico-motorie o intrattenimento. Il karate richiede concentrazione, ascolto, disciplina, capacità di stare in gruppo e di mettersi in gioco con serietà. Prima di una certa età, nella maggior parte dei casi, queste basi non sono ancora abbastanza solide.
Questo significa anche che un bambino che inizia con noi all’età giusta, seguendo un percorso regolare e costante, arriverà alla cintura marrone, nella migliore delle ipotesi, intorno ai 13 anni. Ma arrivare alla marrone non significa automaticamente essere pronti per la cintura nera.
Per una scelta che è prima di tutto educativa, oltre che tecnica, considero i 15 anni come età minima per affrontare l’esame di cintura nera. Può quindi capitare che un ragazzo resti anche due anni “parcheggiato” in cintura marrone. Uso volutamente questo termine, anche se in realtà non si è mai fermi: in quei due anni si cresce tantissimo, si matura, si consolida la tecnica, si costruisce il carattere, si impara cosa significhi davvero meritare un traguardo.
Sono perfettamente consapevole che tutto questo porta inevitabilmente ad avere numeri più bassi rispetto ad altre realtà e, durante il percorso, anche diversi abbandoni. Sarebbe molto più semplice abbassare gli standard, accelerare gli esami, accogliere tutti indistintamente e trasformare tutto in qualcosa di più facile e immediato.
Ma onestamente non è questo il karate in cui credo.
Io continuo a pensare che questa sia la strada giusta. Forse più lunga. Forse meno comoda. Sicuramente meno “commerciale”. Ma è una strada che forma non solo karateka migliori… ma persone migliori.
Cinquant‘anni fa, proprio in questo mese del 1976, ho iniziato a praticare karate allo Shindokai di Savona. Non avevo una visione chiara di ciò che stavo intraprendendo e forse è giusto così: le strade importanti si cominciano spesso senza comprenderne la portata. C’era curiosità, energia, il desiderio di fare. Solo col tempo avrei capito che quella scelta non riguardava soltanto la difesa personale o un’attività sportiva, ma l’inizio di un percorso destinato ad accompagnarmi per tutta la vita.
In quegli anni la guida del Maestro Paolo Valle rappresentò il primo riferimento, il primo contatto con una disciplina che chiedeva attenzione, costanza, disponibilità all’ascolto. Poco dopo arrivò l’incontro destinato a segnare in profondità il mio cammino: quello con il Maestro Ilio Semino, alla fine degli anni Settanta. Con lui si stabilì un legame che ha continuato a esistere anche quando le strade si sono divise, a partire dalla metà degli anni Ottanta. La riconoscenza non si interrompe con la distanza o con il tempo ma resta come traccia silenziosa. Ritrovarlo sedici anni fa ha avuto il sapore di un cerchio che si ricompone. Ancora oggi sento di poterlo considerare la figura più significativa nella costruzione del mio karate.
Il percorso, naturalmente, non è stato lineare né circoscritto a un solo incontro. Molti Maestri hanno lasciato qualcosa: insegnamenti tecnici, intuizioni, prospettive, a volte anche solo domande nuove. Anche quando i rapporti si sono conclusi, il debito di riconoscenza è rimasto. Il karate, dopotutto, è fatto anche di questo: di ciò che si riceve e si continua a portare con sé, indipendentemente dalle circostanze.
Un periodo fondamentale della mia formazione è stato quello dei quasi vent’anni di tesseramento nella FIKTA guidata dal Maestro Hiroshi Shirai. Gli stage annuali con i Maestri giapponesi rappresentavano momenti di confronto preziosi, occasioni per percepire la profondità e la varietà della tradizione: Nakayama, Nishiyama, Kase, Enoeda, ecc., ognuno con il proprio modo di incarnare la pratica. In quegli anni ebbe un’influenza particolarmente significativa l’insegnamento del Maestro Takeshi Naito, le cui lezioni mensili in Liguria contribuirono in modo concreto e continuo alla mia formazione.
Nel 2015 l’incontro con il karate del Maestro Mikio Yahara ha aggiunto un ulteriore tassello alla costruzione del mio modo di praticare, offrendo nuovi stimoli e prospettive in una fase della vita in cui si inizia a guardare alla disciplina con occhi diversi.
Guardando indietro, mi accorgo che cinquant’anni di pratica non sono una linea retta ma una trama di relazioni, esperienze, interruzioni e riprese. Col tempo cambia anche il modo di intendere la pratica: si lascia spazio all’essenziale, si impara ad ascoltare il corpo, a rispettarne i limiti, a cercare la qualità del gesto più che la sua apparenza.
Non considero questo anniversario come un punto di arrivo. Piuttosto, come un momento di consapevolezza: la possibilità di riconoscere ciò che è stato ricevuto e di continuare a coltivarlo. Se qualcosa ho imparato in mezzo secolo, è che la pratica non si possiede ma si attraversa. E ogni volta che si entra in dojo si ricomincia da capo, con lo stesso saluto, con la stessa disponibilità a imparare.
In questo cammino c’è anche una presenza che merita di essere ricordata: quella dell’amico Massimo Terragno. Abbiamo iniziato insieme proprio in questo periodo, ragazzi, condividendo le prime lezioni, le incertezze e l’entusiasmo di chi muoveva i primi passi senza sapere dove lo avrebbero portato. Le nostre vite hanno seguito percorsi diversi, come accade naturalmente, ma il filo della pratica non si è spezzato. Ritrovarci ancora oggi alle lezioni mensili del Maestro Semino, uno accanto all’altro sul tatami, ha un valore che va oltre l’abitudine: è il riconoscersi in una storia comune fatta di tempo, fatica, crescita e continuità. In questi momenti riaffiorano i ricordi degli inizi e si misura la strada percorsa, non con nostalgia, ma con la serena consapevolezza di averla attraversata insieme, ciascuno a modo proprio. Anche questa amicizia, nata tra i primi saluti e le prime tecniche, è parte integrante del mio karate e di ciò che questi cinquant’anni hanno significato.
Nella foto con me: il Maestro Ilio Semino e l' amico Massimo Terragno presso il Judo Club Genova
Nel mese di giugno le due sedute del Corso Per Tutta la Vita del Maestro Ilio Semino si sono concentrate sul kata Meikyo: un kata che può sembrare semplice, ma che nasconde una grande profondità. La parte su cui di più il kata sembra insistere è, paradossalmente, quella che appare più elementare: gedan barai e oi tsuki eseguiti a 45 gradi a destra e sinistra, ripetuti due volte. La terza ultima volta anziché gedan barai il kata ci propone uchi uke.
Ci troviamo quindi a ripercorrere le prime tecniche apprese nel nostro cammino nel karate. Il primo kata che abbiamo imparato è il Taikyoku Shodan ed è interamente costruito su gedan barai e oi tsuki. Anche il Taikyoku Nidan continua a farci lavorare su questa strada sostituendo solamente oi tsuki chudan con oi tsuki jodan. Il Taikyoku Sandan inserirà l’ uchi uke in kokutsu dachi al posto del gedan barai in zenkutsu dachi. E successivamente Heian Shodan tornerà a proporci nuovamente gedan barai e oi tuski.
Qui emerge con chiarezza la circularità del karate: l’ultimo kata ci riporta al primo.
Il cerchio, d’altronde, è la figura perfetta: simbolo di un inizio che si congiunge con la fine e di una fine che ritorna all’inizio.
Ma questo ritorno non è mai identico al punto di partenza. Ciò che sembrava lo stesso, ora è radicalmente trasformato. Il percorso ci ha cambiati.
Vi invito a visionare su YouTube le varie interpretazioni del kata Meikyo. Tra tutte, quella che più esprime questa “circolarità” è, a mio avviso, la versione del Maestro Taiji Kase.
Osservate con attenzione le tre sequenze di parata e pugno:
nella prima, l’intervallo tra parata e colpo è ben marcato;
nella seconda, la transizione è più fluida;
nella terza, il pugno segue la parata in modo immediato, senza interruzione.
Questa evoluzione richiama i tre stadi del cammino SHUHARI (守破離):
SHU – si impara seguendo la forma, in modo preciso e standardizzato.
HA – si comincia a esplorare con maggiore libertà, pur rispettando le regole.
RI – le basi sono ormai interiorizzate, e si può esprimere pienamente se stessi.
Nel primo passaggio, l'intervallo tra parata e pugno è ampio: proprio come agli inizi, abbiamo bisogno di tempo per pensare, per eseguire con precisione e forza. Nel secondo, la mente interviene meno: il corpo sa già cosa fare. Nel terzo, infine, mi piace immaginare che sia il cuore a guidare il movimento.
“Chi lavora con le mani è un operaio, chi lavora con le mani e la testa è un artigiano, chi lavora con mani, testa e cuore è un artista.”
Una proposta di riflessione: potrebbe essere interessante, per i praticanti più esperti, esplorare queste variazioni di ritmo nei kata Taikyoku e Heian Shodan. Servono occhi nuovi per vedere ciò che è sempre stato lì.
Quanto scritto è solo un assaggio delle due lezioni dedicate a Meikyo dal Maestro Ilio. Le sue proposte sono diverse da quelle consuete: il suo scopo è indirizzare chi partecipa a quel percorso di crescita che sintetizziamo nel concetto di SHUHARI.
Nella mia pratica quotidiana gli unici kata ad essere sempre presenti sono gli Heian e i Tekki.
E' stato quindi un grande piacere per me che la prima lezione nel nuovo anno del Corso "PER TUTTA LA VITA" del Maestro Ilio Semino sia stata dedicata proprio agli Heian.
Sono kata fondamentali per un karateka della Scuola Shotokan; una indispensabile "cassetta degli attrezzi"; una "chiave magica" per poter aprire gli altri kata e scoprirne i segreti.
Lo studio di un kata non può limitarsi alla semplice automatizzazione di una serie di tecniche. Soprattutto non deve essere finalizzato al raggiungimento di un risultato agonistico. Il karateka deve esercitare un continuo controllo su se stesso. E le cose da controllare e correggere sono davvero tantissime. Un errore corretto potrebbe poi anche ripresentarsi. Come esseri umani siamo in continuo sviluppo. Il decadimento cui tutti siamo soggetti con il passare del tempo richiede continui aggiustamenti sulla nostra tecnica e sulla nostra gestualità.
Almeno questi cinque kata andrebbero studiati in tutte le modalità di esecuzione possibile. Quindi oltre all' esecuzione "normale" dobbiamo padroneggiare ogni altra esecuzione possibile dello stesso kata ( ura, ko, ecc ).
Ma non è finita. Davanti a noi c'è lo studio del bunkai. E anche qui c'è una progressione.
Abbiamo l' Omote Bunkai che altro non è che l' applicazione letterale, giustificativa delle tecniche ed è indispensabile per una visualizzazione dell' avversario mentre eseguiamo il kata. Il kime è soprattutto INTENZIONE e DECISIONE e se non "immaginiamo" un avversario non riusciremo a "sentire" le tecniche siano esse attacchi o parate.
Passo successivo l' Ura Bunkai. "Dietro", "Nascosto" il significato di Ura. La dinamica gestuale viene attentamente scomposta. Da questo studio nascono infinite possibilità applicative. L' Ura Bunkai può essere finalizzato per sviluppare capacità diverse nell' esecutore. Ad esempio l' esecuzione dell' intero Ura Bunkai di un kata a corta distanza e senza soluzione di continuità può aiutarci a sviluppare la capacità di percepire meglio il corpo dell' avversario e quindi di anticiparlo ( il Muchimi del karate di Okinawa ). Oppure può essere finalizzato a migliorare la velocità di esecuzione e la potenza delle tecniche. In questo caso il bunkai sarà suddiviso nell' applicazione di singole tecniche o di piccole sequenze. Eccetera, eccetera,...veramente senza fine.
E alla fine l' Honto Bunkai ovvero l' applicazione "reale" dove la distanza è "scomoda", l' uke non è accondiscendente e l' attacco è "sporco"...
Tutto questo studio dietro ogni singolo kata. Non basta davvero una vita. Non basta probabilmente anche solo per conoscere i kata HEIAN.
"Hitotsu doryoku no seishin o yashinau koto"
Alcuni giorni fa, mentre riordinavo i libri, ho trovato dentro uno di loro un biglietto risalente alla seconda metà degli anni '70 ( penso 1976-1977 ). Si trattava del biglietto dell' autobus che prendevo da Millesimo per andare a Savona dove avevo iniziato a frequentare, allo Shindokai del Maestro Paolo Valle, un corso di karate.
Il libro in questione era uno di quelli che mi facevano compagnia durante il viaggio. Da Millesimo a Savona i chilometri da percorrere sono circa una trentina. Non avendo ancora la macchina dovevo per forza utilizzare i mezzi pubblici. L' andata non era un problema ma il ritorno era più problematico. L' ultimo autobus serale mi portava solamente fino a Carcare e da lì, per percorrere i dieci chilometri rimanenti, dovevo per forza affidarmi all' autostop.
Malgrado questa non indifferente difficoltà "logistica" penso di avere perso pochissime delle lezioni settimanali ( lunedì,mercoledì e venerdì ) allo Shindokai.
Penso che quei primi anni siano stati fondamentali per la costruzione di un corretto atteggiamento mentale nella pratica del karate.
"Il karate è via per rafforzare la costanza dello spirito" recita il terzo precetto del Dojo Kun.
Purtroppo questa costanza dello spirito è una delle cose più difficili da trasmettere ad un allievo. Nelle scorse settimane abbiamo fatto sostenere ai ragazzi l' esame per il passaggio di cintura. Sarei davvero curioso di sapere quanto tempo giornalmente hanno dedicato al karate dal conseguimento della nuova cintura.
Il passaggio di grado non deve essere vissuto come un punto di arrivo ma come un momento di assunzione di resposabilità ancora maggiori. Personalmente mi sono sempre preparato agli esami con impegno. Sapendo però che ancora più impegno avrei dovuto mettere dopo per mantenermi all' altezza del grado conseguito.
Il grado ha significato solamente se ci sforziamo (Doryoku) di praticare con costanza, regolarità e disciplina.
Secondo appuntamento con il kata Kanku Dai oggi a Busalla.
Bellissima lezione del Maestro Ilio Semino. Non è una novità.
Ma la parte più interessante, almeno per me, è stata la prima mezz'ora; dedicata a quello che ad un occhio disattento sarebbe potuto sembrare un noioso ed elementare Kihon: Hachiji dachi, Tate shuto a seguire Choku Tsuki e Age Uke cambiando braccio e poi avanzando Oi Tsuki.
Stessa cosa sostituendo l'Age Uke con il Soto uke, l' Uchi Uke ed infine con il Gedan Barai. Il lavoro successivo è stato quello di eliminare gli hikite tra una tecnica e l'altra così da eseguire il tutto molto più rapidamente ma anche in maniera più armonica e aggiungo "circolare" . È evidente come questa modalità di praticare il Kihon sia finalizzata ad un applicazione pratica dello stesso ( Kumite o Difesa personale ).
Se qualcuno mi chiedesse "Perché continui a seguire il Maestro Semino? Puoi dire un solo motivo." Risponderei che è per la sua creatività strettamente legata alla sua capacità di dare organicità alla pratica. Creatività che riesce ancora dopo 48 anni di pratica a farmi "perdere l'equilibrio" e quindi a costringermi a cambiare qualcosa.
"Ogni cosa invecchia,
ogni bellezza appassisce,
ogni colore si raffredda,
ogni luminosità si affievolisce,
e ogni verità diventa stantia e banale.
Perché tutte queste cose hanno
assunto una forma, e tutte le forme si
logorano con l’usura del tempo;
invecchiano, si ammalano, si frantumano
e diventano polvere.
A meno che non cambino." Carl Gustav Jung
Raramente sul mio profilo mi lascio andare a riflessioni sul mondo contemporaneo. Ieri ho avuto un breve scambio di opinioni su un gruppo di karate che seguo. L' oggetto della discussione era il makiwara ovvero quell' oggetto sul quale i "tradizionalisti" del karate tirano pugni e calci. Alcuni ne sostengono l' assoluta inutilità, altri oltre che inutile lo considerano dannoso e altri ancora, come il sottoscritto, lo considerano indispensabile se utilizzato nella maniera corretta.
Il motivo di questa riflessione però non è il makiwara ma la modalità con cui si è svolta la discussione.
Ora a seguire vi riporto la discussione:
Massimo Armellino
Reputo il makiwara uno strumento fondamentale nella pratica del karate. Indispensabile soprattutto per capire e "digerire" il corretto utilizzo di gambe e anche nell'esecuzione delle tecniche. Nella mia pratica quotidiana almeno 10-15 minuti sono dedicati al makiwara. Ho 63 anni e nessun problema alle mani.
Interlocutore 2
Massimo Armellino vedremo più avanti
Massimo Armellino
Possibile... ma se è una conseguenza di una cosa che ho fatto con amore e passione per cinquanta anni non la vivrò come un problema.
Mesi fa mi sono sottoposto ad un intervento di protesi al ginocchio. La causa? In primis il ginocchio varo e a seguire una decina d'anni di lavoro in ginocchio, le camminate "spinte" in montagna e sicuramente anche il karate. Non avessi fatto quel lavoro, le camminate e il karate probabilmente sarei arrivato alla tomba senza la protesi. Ma mi sarei divertito molto meno. La vita è come una candela. È la fiamma a darle un senso anche se è proprio lei a consumarla.
Interlocutore 2
Massimo Armellino ho molti dubbi di quello che ai detto
Massimo Armellino
"ho molti dubbi di quello che ai detto"
Interlocutore 2
Quel allenamento li non serve a nulla
Massimo Armellino
Ma è così difficile scrivere in italiano?
Interlocutore 2
Massimo Armellino molto
La prima cosa che ho pensato è che Interlocutore 2 non facesse karate. Per un motivo molto semplice. Penso che un individuo che abbia praticato il karate seriamente riconosca l' importanza della "forma". E' anche la forma esteriore a farci capire la forma interiore di una persona. L' abito fa quasi sempre il monaco.
Interlocutore 2 già nella seconda frase fa un errore grossolano. Due se consideriamo l' assenza di punteggiatura. Io rispondo riproponendo la sua frase. Pensando che capisca. Non è così. Risponde con una frase con altri due errori abbastanza evidenti. Nella migliore delle ipotesi quindi non è pienamente capace di comprendere un testo scritto. Nella peggiore è un pigro maleducato che non fa lo sforzo di scrivere correttamente.
Il karate e le arti marziali devono anche insegnarci l' educazione. Non serve fare il saluto decine di volte in palestra se poi nel mondo esterno ci comportiamo davvero male. Buttare il mozzicone o la carta per strada, entrare in un locale senza salutare, non raccogliere la cacca del proprio cane,...se facciamo alcune di queste cose non facciamo karate. Anche se diciamo di farlo da tutta la vita.
"Senza gentilezza e cortesia il valore del karatè va perso” (G. Funakoshi)
“Mamma, mamma, forse il mio destino
Era lì sul tetto a sona' il violino
Che me frega se nessuno sente
Tanto non lo suono mica per la gente”
Roberto Vecchioni
IL VIOLINISTA SUL TETTO
“Il violinista sul tetto” è il titolo di una bellissima canzone di Roberto Vecchioni che ci descrive molto bene cosa è la passione per qualcosa. Può essere la danza, la pittura, la fotografia o nel nostro caso il karate.
Vecchioni canta di un giovane ragazzo pieno di sogni e con la vita ancora tutta da scrivere. Il giovane si immagina pompiere, frate, bersagliere...
Non realizzerà nessuno di questi sogni. Lo ritroviamo ormai adulto sopra un tetto a suonare il violino con "un muro bianco proprio dirimpetto". Una passione, quella del violino, coltivata con impegno probabilmente da subito e che gli ha inevitabilmente impedito di realizzare altri sogni forse più concreti e pratici.
Questo suonare da solo sopra il tetto senza un pubblico che lo applaude però non è una sconfitta. Lui ama quello che fa. La sua arte è comunque sufficiente a nutrire il suo cuore. Certo…fossero arrivati anche soldi e fama non sarebbe stato un male. Ma non erano la cosa più importante.
Ritroviamo in quest’uomo soprattutto il senso della misura. Lui accetta il fatto che la sua musica non è sufficientemente bella per fare di lui un “Paganini” ma nonostante questo continua a suonare e ad impegnarsi. Questo perché ha il senso del limite. Sa fin dove può arrivare. Sa che non sarà mai un Paganini ma questo non gli fa amare di meno il suo violino.
In questo “senso del limite” è racchiuso il segreto per continuare a coltivare per tutta la vita le nostre passioni.